"La scienza non ha uno
sguardo innocente. La scienza non è pura. La scienza è già animata da
un'intenzione tecnica: guarda il mondo per modificarlo"."Scientia est
potentia", diceva Bacone.
Per il ciclo di
incontri promossi dalla biblioteca Gambalunga di Rimini, nella sua
relazione intitolata "L'etica del viandante" il prof. Umberto Galimberti
docente di Filosofia della Storia presso l'università di
Venezia ha messo ben in chiaro questo concetto che costituisce un po'
la premessa ad ogni successiva considerazione: ogni argomentazione
che vuole salvare l'innocenza della scienza scaricando
ogni conseguenza della sua pratica sull'uso o sulle applicazioni buone o
cattive che della tecnica si possono fare, è falsa e deleteria perché
tra scienza e tecnica non c'è differenza.
Al tempo della sua
nascita, nell'antica Grecia, la tecnica era molto più debole di quella
che i greci chiamavano la necessità' che vincola la natura. Oggi i
rapporti sono rovesciati. La scienza da strumento utilizzato dall'uomo
per raggiungere degli scopi è diventata essa stessa il primo scopo. E,
nella sua ascesa, ha messo in crisi quei valori etici che sono stati
stabiliti tra gli uomini al tempo in cui non c'era il problema di
salvaguardare gli enti di natura (l'acqua, l'aria) mentre è proprio lì
che la scienza
morde.
E' possibile allora
che l'etica possa porre un freno nei confronti della tecnica? Per il
prof. Galimberti non c'è speranza. L'etica oggi è debole, non può che
implorare e non può certo impedire a chi può, di fare ciò che vuole.
Innanzitutto è
errato credere che l'etica come del resto la politica siano enti
immutabili perché anch'esse nascono, crescono e muoiono come gli enti di
natura. Come la politica oggi non è più il luogo della decisione ma
amministra delle scelte che avvengono nel mondo dell'economia (la quale
a sua volta guarda alle risorse tecniche) così anche l'etica di cui
Nietzsche da oltre un secolo nella Genealogia della morale aveva
profetizzato la caducità, è alle corde.
Pertanto non è una
operazione di stampo nihilistico tentare di smontare delle norme di
comportamento che non funzionano più. Volendo analizzare a fondo quanto
accade oggi nei rapporti tra etica e tecnica viene alla luce una
evidenza: "che la tecnica non ci richiede più nessuna etica perché
è più forte dell'etica". La tecnica è più dura e severa dell'etica
. In un mondo organizzato tecnicamente non è possibile sbagliare perché
l'errore pone il suo autore fuori dal sistema. Il soggetto che compie
un'azione non diviene, sulla base di questa, buono o cattivo, meritevole
o colpevole ma è definito capace o incapace, adatto o inadatto. "Il bene
e il male diventano capacità e incapacità, non giudizi di valore". Il
soggetto vale fintantoché si identifica con il ruolo che gli è stato
assegnato dall'apparato tecnico al quale interessano efficienza e
funzionalità ma non è altro che un ingranaggio in un apparato di cui non
controlla i fini. In questo ulteriore aspetto in cui si manifesta
l'organizzazione degli apparati tecnici il prof. Galimberti individua
"la tomba dell'etica". Quando le finalità delle azioni che compiamo ci
sfuggono, Platone direbbe che non ci troviamo più "nell'agire" ma
nel puro e semplice "fare".
Ci troviamo cioè in
una condizione di totale irresponsabilità delle azioni che
compiamo.
Lo scenario più
drammatico nel quale questo modo di procedere ha avuto luogo è stato
quello dell'epoca nazista ma al giorno d'oggi ne possiamo rintracciare
dei più comuni. Chi costruisce bombe a mano in una fabbrica di Brescia-
dice il prof. Galimberti- è un operaio o un delinquente? E la risposta è
che nella misura in cui è responsabile di un compito e non delle
finalità per le quali sono prodotte le bombe a mano, è un
operaio.
Ma oggi
scenari di deresponsabilizzazione come questi nell'età della tecnica
sono la norma. D'altra parte che cosa può oggi l'etica cristiana o etica
dell'intenzione, sulla quale è basato tutto l'ordinamento
giuridico in Europa di fronte alle scoperte degli scienziati quali ad
esempio la scoperta della bomba atomica? E' più importante l'intenzione
che aveva Fermi quando ha inventato la bomba atomica o hanno maggiore
rilevanza gli effetti che essa produce?
Che cosa può
l'etica dell'intenzione di fronte all'etica praticata dagli scienziati
che perseguono il fine di ottenere i massimi risultati da tutto ciò che
è oggetto della loro ricerca?
E l'etica kantiana
che ci impone di considerare l'uomo non come mezzo ma come fine, anche
se ai nostri giorni non è stata ancora completamente realizzata non è
sufficiente per il nostro tempo perché è un'etica che considera
esclusivamente i rapporti tra gli uomini.
Oggi invece, preso
atto dei disastri che la tecnica produce è possibile guardare agli
elementi fondamentali della natura come a dei semplici mezzi, o
piuttosto non devono anch'essi essere considerati come fini?
Ai nostri
giorni poi assistiamo al fenomeno della 'globalizzazione' che si
sostanzia nella perdita del territorio e nella perdita di garanzie
giuridiche che il territorio garantisce. Il territorio è la
condizione che permette la conoscenza, e la conoscenza è una fonte di
sicurezza.
La metafora del
viandante si inserisce a questo punto. Il viandante passa per un
territorio senza che questo sia per lui uno spazio che lo protegge. E,
come il nomade, quando volta le spalle ad un territorio, questo per lui
non esiste più. Il nomade incontra sempre "altri", non persone che
conosce già. E la conoscenza "dell'altro" è la condizione della
sicurezza. Non l'appartenenza ad una razza. Questa per il prof.
Galimberti è l'etica minima possibile nell'età della tecnica.
Trovandomi
d'accordo con un'affermazione fatta dal relatore secondo la quale "le
cose che fai ti cambiano" la considerazione proposta è che, partendo da
questo fatto, si potrebbe tentare di costruire un'etica che
diviene pratica delle scelte tra le diverse possibilità di condotte di
vita e pratica delle scelte delle regole di convivenza. Tanto più che
oggi la conoscenza del mondo consentita dai media e l'infinita potenza
della tecnica non, ci invitano, ma ci sfidano a comprendere, nonostante
la nostra riluttanza, che il nostro destino individuale non è più legato
unicamente a quello della nostra nazione, né a quello del nostro
continente ma a quello del mondo intero. Perché l'etica minima proposta
dal prof. Galimberti sia realizzabile s'impone innanzitutto il tentativo
di costruire l'etica dell'uomo non in quanto viandante ma in quanto
abitante del pianeta.
Perciò la mia
individuale e locale pratica di vita e la nostra collettiva e globale
pratica delle regole di convivenza dovranno essere rapportate alla
costruzione del fine della salvezza del pianeta. Altrimenti il destino futuro
della nostra (madre) terra potrebbe essere quello di vedere affacciarsi
un giorno una nuova tipologia di etica: quella dei batteri che, unici,
sopravviverebbero alla eventuale distruzione dell'ambiente e dell'uomo,
possibile nell'età della tecnica.
In questo modo gli
enti di natura (l'acqua, l'aria) tanto ricordati dal prof. Galimberti
sarebbero salvaguardati.