CHE FARE QUESTIONI DI ETICA
II parte


L'etica del viandante

Margherita Bologna

Marghebo2000@yahoo.com


"La scienza non ha uno sguardo innocente. La scienza non è pura. La scienza è già animata da un'intenzione tecnica: guarda il mondo per modificarlo"."Scientia est potentia", diceva Bacone.

Per il ciclo di incontri promossi dalla biblioteca Gambalunga di Rimini, nella sua relazione intitolata "L'etica del viandante" il prof. Umberto Galimberti docente di Filosofia della Storia presso l'università di Venezia ha messo ben in chiaro questo concetto che costituisce un po' la premessa ad ogni successiva considerazione: ogni argomentazione che vuole salvare  l'innocenza della scienza scaricando ogni conseguenza della sua pratica sull'uso o sulle applicazioni buone o cattive che della tecnica si possono fare, è falsa e deleteria perché tra scienza e tecnica non c'è differenza.

Al tempo della sua nascita, nell'antica Grecia, la tecnica era molto più debole di quella che i greci chiamavano la necessità' che vincola la natura. Oggi i rapporti sono rovesciati. La scienza da strumento utilizzato dall'uomo per raggiungere degli scopi è diventata essa stessa il primo scopo. E, nella sua ascesa, ha messo in crisi quei valori etici che sono stati stabiliti tra gli uomini al tempo in cui non c'era il problema di salvaguardare gli enti di natura (l'acqua, l'aria) mentre è proprio lì che la scienza morde.

E' possibile allora che l'etica possa porre un freno nei confronti della tecnica? Per il prof. Galimberti non c'è speranza. L'etica oggi è debole, non può che implorare e non può certo impedire a chi può, di fare ciò che vuole.

Innanzitutto è errato credere che l'etica come del resto la politica siano enti immutabili perché anch'esse nascono, crescono e muoiono come gli enti di natura. Come la politica oggi non è più il luogo della decisione ma amministra delle scelte che avvengono nel mondo dell'economia (la quale a sua volta guarda alle risorse tecniche) così anche l'etica di cui Nietzsche da oltre un secolo nella Genealogia della morale aveva profetizzato la caducità, è alle corde.

Pertanto non è una operazione di stampo nihilistico tentare di smontare delle norme di comportamento che non funzionano più. Volendo analizzare a fondo quanto accade oggi nei rapporti tra etica e tecnica viene alla luce una evidenza: "che la tecnica  non ci richiede più nessuna etica perché è più forte dell'etica". La tecnica  è più dura e severa dell'etica . In un mondo organizzato tecnicamente non è possibile sbagliare perché l'errore pone il suo autore fuori dal sistema. Il soggetto che compie un'azione non diviene, sulla base di questa, buono o cattivo, meritevole o colpevole ma è definito capace o incapace, adatto o inadatto. "Il bene e il male diventano capacità e incapacità, non giudizi di valore". Il soggetto vale fintantoché si identifica con il ruolo che gli è stato assegnato dall'apparato tecnico al quale interessano efficienza e funzionalità ma non è altro che un ingranaggio in un apparato di cui non controlla i fini. In questo ulteriore aspetto in cui si manifesta l'organizzazione degli apparati tecnici il prof. Galimberti individua "la tomba dell'etica". Quando le finalità delle azioni che compiamo ci sfuggono, Platone direbbe che non ci troviamo più "nell'agire" ma nel  puro e semplice "fare".

Ci troviamo cioè in una condizione di totale irresponsabilità delle azioni che compiamo.

Lo scenario più drammatico nel quale questo modo di procedere ha avuto luogo è stato quello dell'epoca nazista ma al giorno d'oggi ne possiamo rintracciare dei più comuni. Chi costruisce bombe a mano in una fabbrica di Brescia- dice il prof. Galimberti- è un operaio o un delinquente? E la risposta è che nella misura in cui è responsabile di un compito e non delle  finalità per le quali sono prodotte le bombe a mano, è un operaio.

 Ma oggi scenari di deresponsabilizzazione come questi nell'età della tecnica sono la norma. D'altra parte che cosa può oggi l'etica cristiana o etica dell'intenzione, sulla quale è basato tutto l'ordinamento giuridico in Europa di fronte alle scoperte degli scienziati quali ad esempio la scoperta della bomba atomica? E' più importante l'intenzione che aveva Fermi quando ha inventato la bomba atomica o hanno maggiore rilevanza gli effetti che essa produce?

Che cosa può l'etica dell'intenzione di fronte all'etica praticata dagli scienziati che perseguono il fine di ottenere i massimi risultati da tutto ciò che è oggetto della loro ricerca?

E l'etica kantiana che ci impone di considerare l'uomo non come mezzo ma come fine, anche se ai nostri giorni non è stata ancora completamente realizzata non è sufficiente per il nostro tempo perché è un'etica che considera esclusivamente i rapporti tra gli uomini.

Oggi invece, preso atto dei disastri che la tecnica produce è possibile guardare agli elementi fondamentali della natura come a dei semplici mezzi, o piuttosto non devono anch'essi essere considerati come fini? Ai nostri giorni poi assistiamo al fenomeno della 'globalizzazione' che si sostanzia nella perdita del territorio e nella perdita di garanzie giuridiche  che il territorio garantisce. Il territorio è la condizione che permette la conoscenza, e la conoscenza è una fonte di sicurezza.

La metafora del viandante si inserisce a questo punto. Il viandante passa per un territorio senza che questo sia per lui uno spazio che lo protegge. E, come il nomade, quando volta le spalle ad un territorio, questo per lui non esiste più. Il nomade incontra sempre "altri", non persone che conosce già. E la conoscenza "dell'altro" è la condizione della sicurezza. Non l'appartenenza ad una razza. Questa per il prof. Galimberti è l'etica minima possibile nell'età della tecnica.

Trovandomi d'accordo con un'affermazione fatta dal relatore secondo la quale "le cose che fai ti cambiano" la considerazione proposta è che, partendo da questo fatto, si potrebbe tentare di costruire  un'etica che diviene pratica delle scelte tra le diverse possibilità di condotte di vita e pratica delle scelte delle regole di convivenza. Tanto più che oggi la conoscenza del mondo consentita dai media e l'infinita potenza della tecnica non, ci invitano, ma ci sfidano a comprendere, nonostante la nostra riluttanza, che il nostro destino individuale non è più legato unicamente a quello della nostra nazione, né a quello del nostro continente ma a quello del mondo intero. Perché l'etica minima proposta dal prof. Galimberti sia realizzabile s'impone innanzitutto il tentativo di costruire l'etica dell'uomo non in quanto viandante ma in quanto abitante del pianeta.

Perciò la mia individuale e locale pratica di vita e la nostra collettiva e globale pratica delle regole di convivenza dovranno essere rapportate alla costruzione del fine della salvezza del pianeta. Altrimenti il destino futuro della nostra (madre) terra potrebbe essere quello di vedere affacciarsi un giorno una nuova tipologia di etica: quella dei batteri che, unici, sopravviverebbero alla eventuale distruzione dell'ambiente e dell'uomo, possibile nell'età della tecnica.

In questo modo gli enti di natura (l'acqua, l'aria) tanto ricordati dal prof. Galimberti sarebbero salvaguardati.



 

 
 

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